Psicoterapia: come affrontare le nostre paure

Psicoterapia ed ipnosi

PSICOTERAPIA. Hai letto gli articoli precedenti che Pietro (nome di fantasia) mi aveva spedito? Si tratta sempre di un percorso di psicoterapia che si è concluso positivamente. I risultati sono stati costanti e duraturi. Pietro, un mio ex paziente seguito nello studi di psicoterapia di Padova, nell’arco di un anno e mezzo mi ha tenuto aggiornato sul suo stato di salute e come ha portato avanti le proprie attività, dopo la fine dell’ipnosi terapia, percorso di psicoterapia durato qualche mese. Molte persone pensano che la psicoterapia non serva, spero che queste lettere servano per fargli cambiare idea.

In questo articolo mi racconta come si è svolto il concerto che da mesi stava preparando.

Prima di leggero questo articolo ti consiglio di iniziare dal primo, se non conosci la storia di Pietro.

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Pietro continua ad affrontare delle sfide difficili, ma tutte le nostre sfide sono difficili perché sono solo nostre e sono sempre le più importanti. Nella prossima lettera Pietro mi racconta com’è andato il concerto ma non solo. Questa lettera ha il sapore dolce amaro che la vita ci propone di sovente.

Titolo: ……e il 2 Maggio è passato……

Carissimo Giancarlo,
spero tu stia bene.
Il 2 maggio ho tenuto il mio primo concerto con presentazione dell’album.
Ti racconto com’è andata.
Da mesi stavo preparando la serata, nei più piccoli dettagli, dalla scaletta, ai momenti in cui avrei proposto le mie riflessioni, agli attacchi, le riprese, le luci … insomma tutto nei minimi particolari.
Paura? Direi di no. Preoccupazione? Direi di si.
La settimana precedente il concerto mi sono messo in ferie ed ogni momento della giornata, e buona parte della notte, raffiguravo nella mia mente la serata del concerto in tutti i suoi passaggi. Mi sembrava potesse filare, ma una cosa è rappresentarla nella mente, un’altra realizzarla e renderla efficace. Si avvicina la sera del concerto. Paura? Direi di si, ma tutto sommato moderata. So che è arrivato il momento che attendevo da qualche anno e so che devo provarci con tutte le mie forze. La mia preoccupazione non è legata all’aspetto musicale, all’esibizione o ai contenuti, ma semplicemente paura di stare male, come già mi è successo in passato sul palco. Ma qui non posso delegare a qualcun altro il mio compito, qui ci sono solo io, se mi fermo tutto si ferma e la gente deve tornare a casa. Certo in questo periodo passi avanti ne ho fatti molti, di questo ne sono consapevole, ma cosa poteva succedere dalle 21.30 di venerdì 2 maggio rimaneva un mistero. Due giorni prima facciamo una prova generale in un capannone davanti ad un po’ di amici: un disastro!!! non c’è feeling tra musicisti, la mia voce è scarsa (da 10 giorni vado di antibiotico e cortisone). Beh si dice che se la prova generale va male il concerto riesce bene, ma onestamente visto l’effetto non sono molto ottimista. Nonostante questo nei giorni successivi continuo a lavorare incessantemente. Il giorno precedente il concerto chiamo un paio di persone perché vengano a preparare la chiesa, la strumentazione e le luci, si presentano in 5 ad aiutarmi. Alla sera tutto sembra prendere forma, mi sento fiducioso e vado a dormire. Il mattino sono sereno e preparo le ultime cose, ore 15 inizia il check sound, tra musicisti coro e tecnici ci sono 22 persone che stanno lavorando, a vederle muoversi e darsi da fare con animo gioioso mi commuove e mi sembra già un miracolo. Ore 20.00 accompagno tutti al bar ma io vado a casa, ho bisogno di un’ora di tranquillità. Mi siedo sul divano, da solo, e bevo mezza birra … ci sarà gente? E’ venerdì sera, piove e c’è vento … beh non ha importanza, chi viene viene, anzi se vengono in pochi forse è meglio. Arrivo in chiesa prima di tutti e ci sono già alcune persone sedute. La chiesa è uno spettacolo! Entro in sagrestia e mi metto seduto con una bottiglia d’acqua in mano, lascio la porta socchiusa per sbirciare ma non si vede bene così ogni tanto metto fuori la testa per controllare se arriva gente … alle 21.30 la chiesa è piena, tutti i posti a sedere occupati e parecchie persone in piedi. Bene, chiamo tutti i miei musicisti (sul palco siamo in 16!) e usciamo. Sono tranquillo, molto tranquillo, troppo tranquillo. Non mi sembra vero, è arrivato il mio momento e non sento ansia, né paura, solo voglia di cominciare. Partono le prime note e la prima canzone. Applausi calorosi. Prendo il microfono e comincio a parlare, come avevo previsto in 6 punti della serata, questo è il momento che temevo di più perché la canzone ha le sue dinamiche ed è corale ma il monologo, no. Vedo la gente che mi fissa e non mi spaventa, anzi mi piace vederla attenta ad ascoltare, mi da forza ed entusiasmo e dico molto di più di quanto avevo programmato. Così è andata per tutta la sera, vedevo davanti a me persone che in certi momenti si asciugavano le lacrime per l’emozione e in altri si lasciavano andare a chiassose risate. Finisce il concerto con grandi applausi e la gente in piedi, un’ ora e quaranta che ho portato avanti senza pause tra musica e parole. Sono immensamente felice ma non è ancora finita. La gente non va via. Mi vengono incontro in tanti, mi stringono la mano, mi abbracciano, mi ringraziano, è una grande festa che vorrei non finisse mai. All’una rientro a casa e ancora non posso credere a quello che è successo, neanche nei miei sogni più belli avevo immaginato tanto. Unico punto negativo: alle 2 mi parte una fibrillazione atriale sino alle 6 del mattino, da quando ho iniziato la terapia per il cuore non mi era più successo. Alle 7, dopo un’ora di sonno porto a scuola il bimbo e mi ritrovo all’appuntamento con gli altri per smontare la strumentazione. Sono esausto ma felice. I giorni seguenti è stato un continuo invio di messaggi e telefonate. Che dire: ho aperto una pagina nuova della mia vita e per questo, ancora una volta, ti voglio ringraziare di cuore per l’aiuto che mi hai dato.
Un abbraccio.
Pietro

Come ho detto prima, dolce e amaro. Ma Pietro ha imparato molto, ora che la stampella non gli serve più, si sente libero di correre con le proprie gambe. Molto probabilmente gli avrò risposto che quando si corre è naturale sentire il cuore battere forte. Nel frattempo è passato quasi un anno da quando Pietro ha imparato prima a camminare e poi a correre. Nel prossimo articolo potrete leggere l’ultima lettera che Pietro mi ha inviato quando gli ho chiesto se potevo pubblicare il suo racconto epistolare. Forse avrai già capito che anche nell’ultima lettera le sorprese non mancheranno.