essere soli

Quando sei nato sei solo

Quando sei nato non più nasconderti, film di Marco Tullio Giordana del 2005; per chi non l’avesse visto è consigliata la visione. L’articolo di oggi invece si intitola: quando sei nato sei solo.

Forse qualche mio paziente che mi conosce bene potrebbe dire: il dottore Ceschi è sempre diretto e un pò cinico. Se hai un pò di tempo e vorrai leggere l’intero articolo potrai capire cosa voglio dire.

Partiamo dalle origini, dall’inizio di tutto il processo.

Nasciamo nel posto meno comodo, meno pratico, ma la natura ha scelto per noi di farci nascere e crescere all’interno di un altro corpo umano. Nasciamo all’interno di un altro corpo umano che non è geneticamente predisposto per questo, ma per nove mesi si adatta ad ospitare un esserino che lentamente cresce.

Qual è il nostro primo l’imprinting?

L’imprinting che nei primi nove mesi viviamo è simbiotico con un altro essere. Quello che mangia, quello che beve, ma anche tutto quello che prova a livello emotivo lo viviamo anche noi, ospiti non consenzienti di tali scelte.

Dopo nove mesi facciamo di tutto per uscire da quell’anfratto che è troppo piccolo, stretto ed è diventato inospitale.

Ecco il primo grande trauma di ogni essere umano – la nascita – momento magico che avviene con un grande stress psicofisico sia per la madre sia per il nascituro. Passiamo da un ambiente liquido, buio e  isolato ad un ambiente completamente diverso. La grande differenze sta nel fatto che passiamo da uno stato simbiotico estrema a provare per la prima volta una forma di autonomia, di individualità.

Ci siamo separati.

Non serve che ti spieghi che dopo nove mesi e soprattutto con solo quel know how (conoscenza del fare) non ci  piace il nuovo stato che subiamo.

 

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Non siamo più in simbiosi, ma siamo assolutamente dipendenti dall’altro e se lasciati solo ci preoccupiamo, ci stressiamo e stiamo male.

Quando le madri mi dicono, che il neonato sta buono solo se viene tenuto in braccio, non mi è difficile rassicurarle, perché è la cosa più normale al mondo, visto che per nove mesi erano stati abituati ad essere un tutt’uno con la madre.

La nascita segna lo start, l’inizio di un lungo percorso che ci dovrà portare all’individualizzazione a stare in piedi da soli, a sentirci capaci, a sentirci unici e stabili pensando a noi stessi.

Come tutte le cose importanti, questo processo, non può essere pensato come un unico step che dall’oggi al domani avviene, bensì come un lungo e indeterminato processo di crescita e di autonomia.

L’autonomia che si dovrà raggiungere deve comprendere tutti gli aspetti: emotiva, psicologica, economica e fisica. Ognuna di queste forme di autonomia dovrà avere tempistiche diverse e momenti diversi per essere raggiunta, ma ha un inizio – la nascita – e una fine – la morte – dovrà essere vissuta con impegno quotidiano e costante.

Voglio precisare che non è così naturale, nel senso che non siamo mossi da pulsioni istintuali all’individualizzazione, forse perché l’imprinting iniziale è così forte che è difficile cambiarlo. Inoltre se nel nostro percorso di crescita troviamo anche dei genitori che non facilitano il processo, bensì ostacolano questo percorso, l’agognata meta dell’individualità rimarrà un miraggio.

Cos’è l’effetto miraggio ?

Il paradosso di viversi l’esperienza del miraggio  –  prospettiva tanto allettante quanto ingannevole – è proprio il correre verso qualcosa che sarà per sempre irraggiungibile, ma che crediamo vera. Pensare d’essere autonomi ma poi fare di tutto per non esserlo è la realizzazione di un eterno miraggio che cerchiamo di raggiungere, ma che non è afferrabile. Molte persone sono autonome su uno o più punti, ma non su tutti. A volte le persone sono autonome economicamente, ma non emotivamente, altre volte sono autonome fisicamente ma non economicamente. Psicologicamente vedo adulti di quaranta o cinquant’anni che sono rimasti ancora figli anche se ha loro stessi dei figli.

Quando dico alle persone che vedo nel mio studio di psicologia: << quando si nasce bisogna imparare ad essere soli>>, mi guardano sempre male. Poi spiego che sentirsi soli, unici, con i piedi ben piantati per terra, con la consapevolezza di potercela fare , di avere quelle capacità di risolvere i vari problemi della vita in modo autonomo è impagabile. Bisogna lavorare tutti i giorni per raggiungere questo obiettivo e bisogna avere la fortuna di trovare anche le persone giuste che ci aiutano in questo delicato processo.

Di seguito potrai leggere una email che una paziente mi ha scritto qualche settimana fa. Non posso e non voglio raccontarti la storia di questa persona, ma posso dirti solo che non ha trovato le persone giuste che l’aiutassero nel suo processo di individualizzazione. Forse potrei anche dire che lei stessa ha una struttura neuronale  che non l’ha aiutata, oppure potrei dirti che a livello di sistema parasimpatico le cose non funzionano bene. Allo stesso modo possiamo ricercare le cause in un sistema socio culturale dov’è cresciuta, ma invece di ricercare le cause a me piace trovare le soluzioni.

Quando ho iniziato a seguire questa paziente lo stato di angoscia che viveva quando entrava nel suo buco nero dove si sentiva assolutamente scollegata da tutto e da tutti era estremo. Ora le cose sono cambiate e sta imparando a stare in piedi da sola. Dopo una complicata relazione che è finita con un’esperienza abbandonica mi ha scritto questa email.

Buona lettura

Ciao Giancarlo,

Pensavo di aprire il computer e con l’hotspot inviarti qualcosa scritto così, sulla tastiera, di getto. Invece mi è venuta un’idea… Ho letto che se scrivi con la mano sinistra puoi dare spazio a cose nuove. Avevo già provato anche quest’estate ed è stato interessante. Non so come sia possibile ma le parole escono fluide, un’immagine tira l’altra e la mano scrive. Scrive male ma scrive cose diverse. Ho fatto lo stesso per le lacrime e ora ti trascrivo ciò che è uscito. Ti giuro senza pensarci, lasciandomi andare…forse è banale ma te lo scrivo lo stesso, perché è stato come tirare un filo. 

Le lacrime mi fanno ricordare una bambina, il peso della vita e dell’angoscia che non ti fa respirare, che ti fa sentire esplodere in 1000 pezzetti, che ti fa sentire la morte sulla pelle, il buio, la solitudine. 
Se arrivi a piangere sei salva. Se singhiozzi il dolore sale e poi passa. Se singhiozzi da sola, nel letto e cadi esausta, passa. E speri che non tornerà. Non se né accorge nessuno ma tu ci pensi.

Ma se non piangi Tu rimani nel mondo dei morti, mentre tua madre non se né accorge ed è tutto normale. Per tutti la vita è normale… Tranne per te. Non vedono la morte? No! non la vedono e per loro è tutto normale. Non sentono questo dolore violento davanti a un gesto, a uno sguardo? No! Per loro è tutto normale e forse se faccio ciò che fanno loro mi sentirò normale. Se non piango sarò come loro: perfetti, sorridenti, sarà semplice vivere. 

E a pensarci la persona con cui ho pianto, che ha pianto per la prima volta con me, che con me sentiva quel dolore devastante senza sminuirlo, che si è presa cura di me come nessuno mai, quella stessa persona mi ha abbandonata; per una casa, una moglie, dei figli e tutto ciò che ti fa sentire normale. Con loro non si faceva vedere fragile, con loro non piangeva, con loro non ha condiviso la sua diversità. Con me condivideva le cose anormali, il dolore il pianto. Ma alla fine non ha scelto me …la gente sta con chi ride anche se non c’è nulla da ridere… Sta con chi lo fa sentire normale, uguale agli altri, legato agli altri.

Le lacrime sono per chi è solo.