Si possono curare le fobie?

21 Settembre 2015

Emetofobia

Gent. Mo Dott. Ceschi,

Sono xxxxxxxxx e sono stata sua paziente in passato per un problema di emetofobia, curato con l’ipnosi al 90% direi. Le sono molto grata poiché dopo 9 incontri ho visto miglioramenti sorprendenti anche se non posso dire di essere totalmente guarita. Desidererei intraprendere di nuovo con lei un percorso di analisi per capire alcune cose. Sarebbe così gentile da dirmi i suoi orari di ricevimento? 

 

La ringrazio

 

Ho ricevuto questa email alcuni giorni fa ed ho pensato di scriverci un articolo, perché in queste poche righe si possono fare alcune riflessioni.

 

  • La prima riguarda quel 90%. Forse, qualcuno potrebbe dire che curare una fobia al 90% non è una grande cosa che, se una fobia non viene curata al 100% non è stata una grande terapia. Lascio che ognuno giudichi, critichi o biasimi questa email, ma la cosa che mi ha fatto piacere sono state le parole “le sono molto grata”, di seguito vi parlerò della percentuale.

 

  • Non è la prima volta che un paziente mi dice che il proprio problema è stato risolto al 90%. All’inizio della mia professione (oramai sono passati più di dieci anni) mi preoccupavo. Mi sentivo capace d’aiutarli, ma non così capace, perché non riuscivo a farli stare bene al 100%. Mi scervellavo per capire come mai molti si fermavano al 90% e non raggiungevano il 100%. Con i senno di poi ho capito che è naturale stare bene fino al 90%, arrivare anche al 99%, ma non al 100%. Per capire il motivo di questo gap, di questo intervallo dalla piena guarigione si deve partire dal principio che, se la nostra mente ha deciso di creare una fobia o un pensiero ossessivo, non lo fa per puro caso oppure perché quel giorno gli andava di farlo. L’ha fatto perché gli serviva. Potrà sembrare strano ma è proprio così. Allora, se gli serviva, allo stesso modo non può nemmeno liberarsene completamente. Ho capito che un risultato del 90% è un buon risultato ed è un risultato che posso accettare. Il restante 10% serve alla nostra mente per avere la sicurezza che quello che eravamo prima lo siamo anche dopo. Possiamo immaginare quel 10% come un ponte che serve per tenere unite due sponde dello stesso fiume.

 

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  • Se un paziente dopo anni ti ricontatta, tanto male non si sarà trovato. Erickson diceva che il nostro compito è di aiutare i nostri pazienti a stare meglio, cioè a non viversi più quei sintomi che li avevano portati a chiedere aiuto. Non è nostro compito infondere la felicità alle persone, perché la vita non è fatta di felicità, ma di continue sfide. Il nostro lavoro consiste proprio in questo: aiutare le persone a intraprendere sempre nuove fide, aiutandole a liberarsi dalle zavorre che avevano create da soli.

 

  • Una fobia è una grande paura che non ci permette di vivere serenamente. Pensare che in nove incontri la vita ricomincia a scorrere, perché questa grande paura non ci blocca più, penso sia un grande risultato. Di sicuro molti colleghi potranno dire – io le fobie le curo al 100% in soli due incontri – penso che solo i pazienti dovrebbero dirlo e non essere noi stessi a giudicare il nostro lavoro.

 

  • Ultima riflessione, ma non per questo meno importante. Chi ha letto attentamente l’email avrà notato non solo quel 90%, bensì un’altra cosa, due parole che per me vogliono dire tanto – miglioramenti sorprendenti. Io sono stato molto felice d’averle lette, perché questa paziente mi stava dicendo che si è sorpresa di fare delle cose che prima non pensava d’essere capace di fare. Penso che questo sia la cosa più importante di una terapia, far conoscere ai pazienti delle potenzialità che non sapevano d’avere.