Perché provo ansia?

05 Agosto 2013

Paura e Ansia

Il primo a coniare il termine ansia fu il naturalista Linneo nel XVIII sec. e la chiamò anxietas. Questa parola deriva dal latino e significa strettoia, vista la difficoltà di far entrare l’aria nei polmoni.

A quell’epoca si pensava che l’ansia fosse una malattia fisica e i contemporanei di Linneo chiamarono queste manifestazioni fisiche con vari nomi, come: Vertigo, Suspirium o Tremor, diversi nomi per diversi sintomi che oggi facciamo rientrare nei disturbi d’ansia.

In seguito grazie anche alle scoperte delle strutture profonde del nostro cervello si è visto che l’ansia nasce nell’amigdala e che sono coinvolti i neurotrasmettitori come la noradrenalina, la serotonina e i ricettori GABA.

Si è sempre pensato che l’ansia fosse causata da un mal funzionamento del corpo o da strutture del cervello, oggi invece si è scoperto che l’ansia è l’effetto di alterazioni neurovegetative del corpo.

Alla luce delle nuove scoperte gli scienziati hanno riscontrato che le alterazioni fisiologiche che accompagnano l’ansia, sono le stesse che ritroviamo quando il nostro corpo deve fronteggiare una minaccia alla sopravvivenza, praticamente quando proviamo paura. Queste risposte fisiologiche sono automatiche e autonome e sono fuori dal controllo dell’Io.

Appena percepiamo un pericolo in pochi millesimi di secondo il corpo e la mente si trasformano in una macchina da combattimento. Il corpo si prepara a reagire in due modi, lottando contro la minaccia o fuggendo dalla stessa minaccia, se la considera più forte o troppo pericolosa.

 

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Il problema di questo schema autonomo, appreso in centinaia di migliaia di anni, sorge quando non possiamo lottare, fuggire o nasconderci e rimaniamo intrappolati in questo stato senza poter attivare una risposta comportamentale.

Quando l’uomo non riesce ad attivare le risposte di lotta e fuga?

L’uomo a differenza degli altri esseri animali ha la possibilità di attivare tutte le reazioni fisiologiche di lotta e fuga anche solo grazie al pensiero. Tutti i pensieri di pericolo hanno la capacità di innescare delle risposte automatiche destinate a restare inespresse, perché è impossibile battersi fisicamente contro il contenuto di un pensiero.

E quali sono i pensieri di pericolo che l’uomo si vive, ma che ha difficoltà ad allontanarsi?

Tutti i pensieri d’inadeguatezza, di non essere accettati, di perdita di autostima hanno un fil rouge che li accomuna. Potremmo raggrupparli in tutti quei pensieri di paura di non essere importanti per gli altri o perdere l’importanza che avevamo acquisito.

Per capire come funziona questo meccanismo autonomo, faccio un esempio.

Sono disteso sul mio asciugamano in spiaggia e ho tutte le intenzioni di rilassarmi oppure sono alla guida della mia auto e mi sto recando al lavoro. Mentre faccio queste cose mi vengono in mente oppure ho un pensiero preciso, più o meno consapevole, su me stesso. Lo facciamo di continuo.

Se il pensiero riguarda la mia autostima e mi sento in pericolo per qualche ragione, la reazione naturale è provare una sorte di paura. Le situazioni per provare paura sono molteplici. Posso provare paura per una brutta figura, con il conseguente pensiero di aver messo a rischio la mia autostima oppure che la mia relazione è finita e penso d’essere solo, sconfitto e abbandonato. Mi sento in pericolo, il corpo reagisce come se il pericolo fosse reale, come se un cane aggressivo mi puntasse per mordermi, ma a differenza della situazione del cane, in cui posso correre via o affrontare il cane, nel primo caso, non ho vie di scampo e rimango intrappolato, in questo caso l’ansia si trasforma in una gabbia, dove non ho vie di fuga.