Molte delle argomentazioni in risposta agli eventi politici si basano formalmente sulla logica e quindi principalmente sui principi di identità e non contraddizione; se i ragionamenti possono essere più o meno logici, gli atteggiamenti ed i comportamenti umani invece si fondano anche (e secondo taluni soprattutto) su quelle risposte socio-biologiche di adattamento che si chiamano emozioni e che negli esseri umani rappresentano il passaggio dall’automatismo dei riflessi condizionati alla composita e differenziata articolazione dell’interazione con l’ambiente circostante.

Quindi filogeneticamente la comparsa dell’emozionarsi rappresenta un’ulteriore evoluzione della specie umana, a cui si è aggiunto lo sviluppo della corteccia cerebrale, con l’ampliarsi delle funzioni cognitive che hanno consentito il progredire del processo di civilizzazione.

Questo vuol dire che nell’essere umano gli stadi precedenti permangono accanto agli stadi più recenti di sviluppo. Il progressivo processo di cognitivizzazione si aggiunge all’assetto emozionale e si contempera ed integra con esso.

Dunque una scelta razionale si fonda sempre e comunque anche su basi emotive e non potrebbe essere altrimenti, data la complessità dell’assetto istintivo-emotivo-cognitivo dell’essere umano. Con un approccio psicopolitico è possibile sviluppare ulteriori considerazioni.

La coscienza garantisce innanzitutto l’appartenenza al gruppo che assicura la sopravvivenza dei propri componenti e per tale legame di appartenenza l’essere umano è disposto a pagarne il prezzo. L’affermazione che la coscienza abbia una valenza universale cozza inesorabilmente con il fatto che non tutti hanno la stessa coscienza, dal momento che gli avversari in guerra o in conflitto tra di loro conservano la propria coscienza di gruppo che fa sentire ad ogni gruppo di avere ragione.

Solo quando i “traditori” del corrente conformismo nei riguardi della coscienza del gruppo di appartenenza aumentano consistentemente di numero e superano una certa soglia nell’uno e nell’altro campo, solo allora si apre uno spazio di concreto confronto, sostenuto da una coscienza di appartenenza allargatasi per avere incluso il processo di incontro e sintesi delle due diverse coscienze gruppali di appartenenza, fino ad allora in conflitto e scontro tra di loro.

L’opposto dei “traditori” sono invece gli “attentatori suicidi” che attualizzano una cieca appartenenza al gruppo e la loro fedeltà di tipo acritico e pertanto infantile al gruppo si traduce in distruzione di se stessi e di altri esseri umani.

L’incondizionata fedeltà al gruppo di appartenenza fa loro giustificare l’uccisione di tanti innocenti e li fa addirittura sentire eroi, della cui memoria le loro madri possano andare fiere.

Lo stesso attacco al “relativismo” in nome di verità “assolute” -da qualunque parte provenga- esaspera l’appartenenza al gruppo ed il prezzo richiesto per garantirsi l’appartenenza aumenta in termini di aggressività da esprimere nei confronti dei gruppi avversari.

Mafie, camorre, terrorismi e stati ad impostazione etica condividono in maniera fanatica il prezzo dell’appartenenza richiesto ai propri componenti ed il tasso di aggressività da esprimere nei confronti degli appartenenti ad altri gruppi.

Il fenomeno viene ulteriormente esaltato laddove si vantino condizioni di “eletti”. Essere eletti implica essere prediletti come popolo e quindi essere legittimati a sovrastare su altri popoli, che ovviamente in qualsiasi momento possono rifiutare gli “eletti”, i quali vivono pertanto nel continuo timore di essere rifiutati.

Tutto ciò alimenta una spirale di conflitti e guerre, che si poggiano comunque sull’assunto emotivo-cognitivo di appartenere al popolo “eletto”, al popolo “più civile”, al popolo che detiene verità “assolute” contro vessilliferi di “relativismi” frantumatori e corruttori ed epigoni della “Torre di Babele”, confusori di lingue. Solo l’ampliamento della coscienza propria e di gruppo, con il riconoscere che ciò che vale in un altro gruppo è altrettanto umano ed ha altrettanto posto nell’esistenza, rende possibile la “riconciliazione” ad un livello ulteriore, in cui l’allargamento della prospettiva riesca ad elaborare le ragioni degli uni e degli altri.

Solo la più ampia prospettiva di poter appartenere al comune e vasto gruppo di “cittadini del mondo” sostiene un possibile percorso di “riconciliazione” di esseri umani che riconoscano -invece delle ristrette e limitate appartenenze fonti di costanti aggressività- la basilare e reciproca condizione di esseri umani uguali e diversi nello stesso tempo e tutti umili “cittadini dell’esistenza”.

Tutto ciò va oltre la globalizzazione che si limita per adesso all’ampliamento dell’acquisizione e scambio di prodotti e servizi e non ancora si indirizza ad un processo di costruzione di una coscienza che leghi l’appartenenza all’intera umanità ed alle più complesse specificità degli esseri umani

Fonte: http://www.agenziaradicale.com/