psicologo padova

psicologo Padova – Mestre

Sai chi è uno sparring partner in psicologia?

La definizione che ho trovato su Wikipedia è questa: Lo sparring partner è una forma di allenamento sportivo, praticata dall’atleta con un partner. Pur trattandosi sostanzialmente di una forma di allenamento libero, è generalmente vincolata da accordi per evitare infortuni. Lo sparring è comune soprattutto in discipline individuali, tra cui quelle di lotta…

Come avrai visto in moltissimo film di box: RokyCinderella Man, Milion Dollar Baby c’è sempre questa figura sportiva che si trova nel ring ed aiuta di solito il protagonista ad allenarsi.

 

Cosa centra lo sparring partner con la psicologia?

Quante volte viviamo delle relazioni in cui ci poniamo nel ruolo dello sparring partner, senza rendercene conto, facendolo pensando d’essere sullo stesso piano dell’altro. Inoltre pensiamo sia giusto farlo e continuiamo a farlo perché l’abbiamo sempre fatto. In altre parole: quante volte continuiamo delle relazioni tossiche pensando di poterle cambiare, ma non abbiamo né i mezzi né la possibilità di farlo, perché l’altra persona non vuole cambiare?

Dinamica quotidiana di un rapporto tossico

Iri durante un colloquio di psicoterapia con una paziente, ho pensato che la mia paziente facesse da sparring partner alla madre. Quando abbiamo iniziato il colloquio sembrava le fosse passato sopra un camion. Sguardo basso, tra il triste e l’arrabbiato. Eloquio monosillabico. Espressione facciale tendenzialmente depressa.

Quando le ho chiesto cos’era successo, mi disse che aveva appena terminato la telefonata quotidiana – post lavoro – con la madre. Ho pensato subito che la madre stesse male e di conseguenza la figlia ne soffrisse. Invece, è emerso che la madre ogni sera impone alla figlia – che per la precisione ha circa cinquant’anni – di telefonarle.

La telefonata da tempo immemore si svolge seguendo un copione ben prestabilito. La madre accusa la figlia d’essere una buona a nulla, di essere cattiva, insensibile ed egoista perché non abbandona il proprio lavoro a Milano per stare con la madre che abita a mille e trecento chilometri di distanza.

La figlia cerca di spiegare alla madre che non è possibile che si licenzi – avendo anche un posto prestigioso di dirigenza – per stare vicino alla madre; in una zona del paese che non le darebbe alcuna possibilità di lavoro. La madre rincara la dose dicendole che lei sta per morire, che non ce la fa più che è vecchia e malata, che è da sola che, che che che…..

La figlia si avvilisce e appena riattacca, sa che la sera successiva dovrà richiamarla sapendo già come sarà la telefonata. La figlia è fermamente convinta che deve farlo. In questo caso si può ben capire quando il DEVE sia disfunzionale e male interpretato dalle persone.

 

Articoli correlati: Perché ci riempiamo la casa di oggetti?Disturbi alimentari ed emozioni. Quali correlazioni?L’importanza di dire NO –  Come sentirsi sicuri: inizia dalla posturaDisturbi d’ansia, cause e rimedi

 

Fare da sparring partner relazionale senza saperlo

Appena finito di spiegarmi il suo stato d’animo e da cosa era causato le ho detto:

<<sei consapevole che sei lo sparring partner relazionale di tua madre?>>

Chiaramente lei non aveva capito, così le ho spiegato chi è lo sparring partner e cosa fa. Nella pratica è una persona che sale sul ring ed allena l’atleta che dovrà affrontare un match, un incontro, con la consapevolezza di cosa sta facendo: allena l’altro a fare una cosa. Questa consapevolezza lo aiuta a non entrare in uno stato di frustrazione, di sconforto e di demoralizzazione se non sta combattendo, perché è consapevole che sta allenando l’atleta.

È  quello che fa la mia paziente che da sempre. Cerca di aiutare la madre, cerca di trovarle delle soluzioni, di esserle di conforto, ma senza avere nessun successo. Semplicemente perché la madre non vuole nulla, tranne che far sentire in colpa la figlia e lamentarsi con lei.

Le ho spiegato che deve essere consapevole del suo ruolo. Il suo ruolo è quello dello sparring partner relazionale nei confronti della madre. Non deve credere d’essere all’interno di un vero e proprio match, bensì deve capire cosa sta facendo. Lo sparring che prende i colpi i pugni, ma non deve vincere, anche se volesse allenarsi nel dare dei ganci oppure dei montanti, non lo può fare, perché quello spetta all’atleta che deve allenarsi. Lei non deve credere d’essere d’aiuto alla madre, perché la madre non vuole nessun aiuto da lei.

Come uscire da una relazione tossica?

Premetto che non sempre è facile uscire da una relazione tossica soprattutto se i ruoli sono così forti – madre figlio oppure genitore bambino – ma non disperiamo; una soluzione c’è sempre.

Per uscire da una relazione tossica bisogna:

 

  • prima conoscerla e capire che si sta vivendo una relazione tossica. Finché questo non avviene non è possibile cambiare un bel niente;
  • dopo il primo punto bisogna trovare degli anticorpi – in tempo di pandemia mi sembrano molto utili. – Gli anticorpi possono essere la leggerezza, la presa di distanza dalle emozioni, la consapevolezza delle dinamiche. Io ho spiegato alla mia paziente che mentre telefona alla madre può farsi una bella e buona cioccolata calda ed assaporarsela con gusto;
  • un’altra cosa da fare è capire perché rimango all’interno di una relazione tossica. Come ho detto non è facile uscirne, ma è anche importante capire cosa mi tiene allacciato alla relazione. Non di rado c’è l’idea di potercela fare. Una idea un pò “edonistica” d’essere così forti e bravi che riusciremo a cambiare l’altro. Questo retaggio, narcisistico distruttivo, ci porta a continuare la relazione sempre con lo stesso cliché.
  • per ultimo, ma non per questo meno importante, siamo convinti che l’altro lo faccia perché sta veramente male. Non ci accorgiamo che non ci sono soluzioni che vanno bene. Ogni volta che proponiamo qualcosa, questa viene cassata. La persona tossica non vuole nessun aiuto, vuole solo farci entrare nella sua ragnatela di lamentele tessuta con il filo dell’incompetenza personale. La persona tossica sa benissimo di non essere in grado di gestire la propria vita, ma non può dirselo. Nessuno si dice o vuole gli venga detto: non sei capace – tranne i depressi – quindi, cercherà e continuerà a cercare un colpevole, che facilmente trova vicino a se stesso. Se non dovesse trovare nessuno la psicopatologia potrebbe evolvere in un disturbo psicosomatico ad esempio gli acufeni.

 

Alla fine la mia paziente era molto sollevata perché per la prima volta  non si è sentita sbagliata e per la prima volta ha visto realmente chi è sua madre. Penso che questa sera si stia facendo un buon the, dopo tante buone cioccolate.